Commento al §165 dell’Organon

§165. Il medico non si deve aspettare nessun vero vantaggio da un risultato chiaramente positivo conseguito dopo la somministrazione di un rimedio.
1) se fra i sintomi del medicamento scelto non ce n’è nessuno che assomigli perfettamente ai sintomi caratteristici, cioè fondamentali, insoliti e personali del caso morboso;
2) se la corrispondenza con questi ultimi esiste soltanto in relazione a disturbi comuni, vaghi e imprecisi (malesseri, stanchezza, mal di testa, ecc.);
3) se non é capace di trovare un rimedio i cui sintomi siamo più esattamente simili a quelli della malattia da curare.
Un tale rimedio non può che essere frammentario e, in fondo, non é più realmente omeopatico.

§166. L’impossibilità di trovare un rimedio omeopatico adatto é tuttavia rarissima perché il numero dei medicamenti, di cui si conoscono gli effetti specifici, é molto aumentato negli ultimi tempi, e quando ci si imbatte in un caso di questo tipo, dovuto alla conoscenza insufficiente della Materia Medica, gli inconvenienti che derivano diminuiscono dal momento che é possibile ovviare a questo inconveniente con un altro rimedio, i cui sintomi assomigliano il più esattamente possibile a quelli della malattia che si vuole curare.

E’ facile capire il senso del numero 3) del §165, non é facile capirlo per i numeri 1) e 2) perché più tecnici; ma questi rigurdano di più il medico. Il numero 3) in fin dei conti dice che bisogna essere capaci di trovare un rimedio i cui sintomi artificiali siano esattamente simili a quelli della malatia da curare. E’ in questo che sta l’abilità dell’applicazione e il successo della cura.
Vediamo il commento del Kent al §166. L’estratto riportato qui sotto viene dalle famose ‘Lectures’ (Lezioni in inglese), e quella qui citata é la XXXVII.

“… Ci vorrà molto tempo perché i medici riescano veramente a padroneggiare questa dottrina così come Hahnemann l’ha insegnata. … Era altrettanto raro anche ai tempi di Hahnemann, ed é sicuramente più raro ai nostri giorni che abbiamo a disposizione della voluminose Materie Mediche. I principianti, evidentemente, sono costretti a basarsi in gran misura sui repertori. L’unica cosa su cui ci si può basare, é la fisionomia morbosa del paziente, rappresentata dalla totalità dei suoi sintomi caratteristici e individuali. Questa fisionomia si semplifica e diventa meno difficile da capire quando si sarà prescritto con coscienza un rimedio seguendolo nello sviluppo delle varie dinamizzazioni.
Nei casi difficili, quando si é curato il paziente per un certo numero di anni, si scoprirà che i suoi sintomi diventano più definiti e caratteristici e di più facile comprensione. Talvolta, dopo aver pazientemente lavorato su un malato per un lungo periodo, somministrandogli parecchi rimedi, e assistendo a un suo parziale miglioramento, mi capita che il paziente abbia una reazione di delusione e vada da un altro medico; ma poi torna sempre, dicendo che io ho fatto per lui più di quanto abbia fatto qualsiasi altro, e che vuole riprovare. In casi di questo genere ho scoperto che il tempo aveva lavorato a mio favore perché mi riusciva più facile scoprire i sintomi salutari e farli progredire rapidamente. Inoltre il malato torna in uno stato d’animo più paziente, cosa ancora più utile al medico che al malato. La fiducia del paziente aiuta il medico a trovare il rimedio giusto. La mente del medico funziona molto meglio quando sente la fiducia altrui: la fiducia del paziente affina l’intelligenza del medico”.

Questo commento contiene delle grandi verità. E’ straordinario e molto incoraggiante specie negli ultimi paragrafi dove indica di che tipo deve essere il rapporto medico-paziente. Fare il giro della cento basiliche in omeopatia non paga mai. La conoscenza del malato e della sua personale malattia é un processo che richiede lavoro, tempo e pazienza. Avremo modo di riparlarne perché sta qui la causa di molti insuccessi terapeutici.

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